Il Mondiale 2026 è il primo da decenni a giocarsi senza un marchio di orologeria come cronometrista ufficiale. La lunga collaborazione tra Hublot e la FIFA si è conclusa, e il ruolo è passato ad Axia Time, azienda giovane che produce orologi da tifoseria più che alta orologeria. Proprio mentre l’orologeria di prestigio esce dalla porta ufficiale, però, rientra dalla finestra: non sui tabelloni delle sostituzioni, ma ai polsi degli allenatori e dei giocatori.
L’Italia non è al Mondiale 2026: è la terza esclusione di fila, e in tribuna resta la sensazione già nota. Chi vuole seguire gli Azzurri deve spostare lo sguardo dal campo alla panchina, e all’estero. Perché diversi tecnici italiani guidano altre nazionali: Carlo Ancelotti il Brasile, Vincenzo Montella la Turchia, Fabio Cannavaro l’Uzbekistan. Li seguiamo per il calcio, ma anche per un dettaglio che a noi non sfugge mai: cosa portano al polso.
Due avvistamenti in particolare risultano più interessanti: gli orologi di Montella e Ancelotti. Ai loro polsi, due idee opposte di che cosa debba essere un orologio di lusso.
Montella: un solo orologio, in acciaio

Montella ha scelto un Rolex Cosmograph Daytona in acciaio, quadrante bianco e lunetta nera in ceramica.
Il Daytona nasce nel 1963 come cronografo per le corse: la scala tachimetrica sulla lunetta serviva a calcolare le velocità medie. Da allora è diventato uno degli orologi più difficili da trovare in boutique, e questo, più del prezzo, è ciò che lo rende ambito.
Un Daytona d’acciaio non si nota per opulenza. Si nota perché chi lo riconosce sa quanto sia raro portarne uno nuovo al polso. Montella prende il cronografo sportivo per eccellenza e lo indossa nella veste più sobria: niente oro, niente pietre, solo il contrasto tra quadrante chiaro e contatori scuri. Lo stesso modello d’acciaio è al polso di Jannik Sinner, il che lo colloca in un gusto italiano preciso, sportivo e senza clamore.
Sul piano tecnico l’esemplare resta fedele alla forma nota del Daytona: cassa in acciaio Oystersteel, lunetta Cerachrom nera con scala tachimetrica, movimento cronografo a carica automatica di manifattura Rolex, impermeabilità fino a cento metri. La lunetta in ceramica non teme graffi né scolorimento, e il quadrante bianco laccato tiene il cronografo leggibile a colpo d’occhio. Sono caratteristiche che servono all’uso, non all’apparenza.
Ancelotti: una collezione, più registri
Ancelotti sta su un altro piano, e non con un orologio solo. Al suo polso sono stati documentati tre pezzi che appartengono a mondi diversi.

Il primo è un Patek Philippe Nautilus 5711/1A d’acciaio con quadrante blu. È lo sportivo disegnato da Gérald Genta negli anni Settanta, riconoscibile dalla cassa a oblò e dalla lunetta ottagonale, oggi fuori produzione. I pochi fortunati che lo indossano l’hanno comprato prima che diventasse introvabile.

Il secondo è un IWC Portugieser Perpetual Calendar in oro rosa, quadrante nero, con la complicazione ideata da Kurt Klaus. Segue date, mesi e anni bisestili senza correzioni manuali, e mostra la fase lunare per entrambi gli emisferi. È l’opposto del cronografo da gara: misura il tempo lungo, non i minuti di una partita.
Il terzo sono i Big Bang di Hublot, che Ancelotti porta agli eventi di marca in quanto ambasciatore. Lanciato nel 2005, il Big Bang si riconosce per la costruzione a strati, con materiali diversi sovrapposti nella cassa. È il pezzo legato al ruolo, più che al collezionismo.
Due gusti, non una gerarchia
Due tecnici italiani, due modi di intendere l’oggetto. Montella tiene un orologio solo, sportivo e riconoscibile. Ancelotti si muove tra pezzi che coprono più registri, dall’acciaio da collezione all’oro con complicazione.
Non è una gerarchia, ma una differenza di gusto, e forse di rapporto con l’orologio: strumento unico e quotidiano da una parte, collezione dall’altra.
Per chi colleziona, il polso da seguire nei prossimi mesi è probabilmente quello di Ancelotti: il Nautilus 5711 fuori catalogo è tra i pochi acciai la cui desiderabilità non dipende da un torneo. Resta una considerazione, non una previsione. Al polso, come in panchina, conta quello che si vede.